domenica 2 maggio 2021

Sinistra: marketing per l'uso

Ieri sera si è consumato uno scandaloso e inconcepibile spostamento a sinistra del concerto del primo maggio, e la cosa che fa riflettere è che di questa virata decisa è stato autore nientemeno che Fedez. Partiamo da qui.

La sinistra in TV si è ammorbidita, non ci sono cazzi. In TV c'è sempre questo freno a mano tirato per non offendere questo sponsor o quell'altro, e alla fine ci restano in mano solo sbiaditi tentativi di dire qualcosa di sinistra e nient'altro. Il fatto che Fedez sia salito sul palco a difendere i lavoratori dello spettacolo e il DDL Zan creando tutto questo scompiglio la dice lunga su quanto siamo disabituati a sentirci sbattere in faccia alcune questioni. Se il Presidente del Consiglio si preoccupa del mondo del calcio e non dei lavoratori dello spettacolo è giusto che, almeno nel giorno dedicato ai lavoratori, qualcuno lo dica chiaro e tondo, e quel qualcuno non può essere solo l'associazione di categoria che scende in piazza.
La virata che fa cadere col culo per terra l'intero equipaggio, poi, è la catilinaria contro i consiglieri della Lega che ostracizzano il DDL Zan. Praticamente Fedez in un quarto d'ora riporta lo status del concerto del primo maggio da Battiti Live alla sua natura di manifestazione schierata a sinistra. Il che doveva servire davvero se, nel frattempo, Salvini pretendeva di non fare politica sul palco del primo maggio, come se ci trovassimo a un Festival di Sanremo qualsiasi. Lo scontro di piatti in piena faccia che ha colpito tutti quanti è stato notevole: il "di' qualcosa di sinistra" morettiano nella sua manifestazione più inaspettata che arriva da un soggetto che la sinistra ha sempre schifato, diciamoci la verità.
Ma quello che ha fatto fare qualche capriola sulla sedia in casa Rai e che, inevitabilmente, porterà qualcuno a distribuire curriculum la prossima settimana, è il tentativo di censura che Fedez, da comunicatore navigato qual è, sputtana in un video che fa più scandalo del discorso stesso.
Sostanzialmente dai vertici gli dicono che è inopportuno fare nomi e cognomi, che si va allo scontro con un sistema, che non si può, che la nonna non vuole, che mamma ci rincorre con lo zoccolo di legno. Sembrerebbe che io stia facendo ironia, ma il problema è esattamente questo. Ci fosse l'intenzione ideologica potrei pure capire, non sarebbe giustificabile in nessun modo ovviamente, ma almeno ci sarebbe una spiegazione razionale. No. Quello che è peggio e che viene fuori dalla telefonata è che i vertici Rai non vogliono assumersi l'onere della polemica del giorno dopo. È quello che preoccupa, non l'ideologia avversaria. Si saranno detti "Se ci limitiamo a farli cantare e al discorso di Landini che, alla fine, è sempre quello e non sposta l'attenzione più di tanto, domani ci saremo scordati del concerto", che poi è quello che accade da almeno quindici anni ormai.
Quest'anno, però, arriva Fedez a rompere i coglioni, a dire che si assumerà la responsabilità di quello che dirà parola per parola perché non ha alcuna paura di ritorsioni legali: quello che dirà è tutto vero, documentato, nero su bianco, inoppugnabile. Ma, soprattutto, ha soldi per pagare gli uffici legali della Rai per i prossimi due anni, quindi non si preoccupa proprio. In Rai rispondono che non si può e lui, schiettamente, fa il domandone che nessuno ha mai avuto l'audacia di fare: nel futuro della Rai ci sono i diritti civili o no? Nessuna risposta.
È questa incertezza sul tema che lascia spiazzati. Perché non siamo su una rete privata su cui in prima serata si permette a due bifolchi di sabotare un sacrosanto disegno di legge. Siamo su una TV pubblica, ma di questo ci ricordiamo solo quando schifiamo il superospite di Sanremo. Mi fa un po' senso una TV pubblica che non è in grado di prendere una posizione sui diritti civili. Anche perché la TV privata mica fa la schizzinosa quando si tratta di "educare" gli spettatori, no. Pio e Amedeo hanno chiaramente avuto il mandato di sabotare il DDL Zan in prima serata: non mi stupirebbe se si fosse trattato di uno scambio ad hoc. E non credo di ingigantire la cosa, perché quando ti permetti di dirmi cosa devo fare quando mi insultano, stai - neanche troppo implicitamente - dicendo che se serve una legge a difendermi è colpa mia che non ho senso dell'umorismo, quindi è una legge inutile, "non prioritaria" appunto. Ma questo avviene su una TV privata che passa programmi in cui morti di fama sono rinchiusi in case o isole, quindi non posso avere alcuna aspettativa di pluralità o senso critico. La Rai dovrebbe funzionare diversamente.
Ma evidentemente mi sbaglio. In fondo va bene un po' a tutti questo farisaismo di base che permea le discussioni della TV di Stato, persino alla sinistra che ogni tanto si dimentica da che parte stare.
Peccato che ieri sera a darci lezioni di sinistra sia stato il capitalismo.

lunedì 26 aprile 2021

Storie di beveroni tutte uguali

 

Ciò che il lockdown ci ha lasciato in eredità dallo scorso anno a oggi, oltre al numero impressionante di applicazioni per videocall e webinar, è la sovraesposizione sui social di pasticche e beveroni.
Siamo passati dal selfie con gli integratori accompagnato dalle frasi di Osho alla dettagliata descrizione delle occupazioni quotidiane, tutte riprese in stories che si moltiplicavano man mano che la fase 2 si allontanava anziché avvicinarsi; oggi, al secondo finale di stagione della Zona Rossa, le stories di dieci secondi con scadenza ogni 24 ore sono diventate veri e propri kolossal che Ben Hur scansate.
Che fanno di male da venditori 'sti poveri Cristi? Niente. Arrotondano come possono, e in un momento come questo non si può fare gli schizzinosi, quindi il network marketing potrebbe pure essere una risorsa (finché non diventa schema Ponzi).
Quindi avanti tutta con la promozione di programmi alimentari miracolosi e mirabolanti accompagnati da foto di risultati "sorprendenti", "incredibili", "immediati".
Quello che mi lascia perplessa di questa attività, e che a volte davvero mi fa dubitare della buona fede, è che ci si presenta con convinzione come guru dell'alimentazione e del benessere psicofisico senza alcuna preparazione, ma solo lo scudo del "sono tutti ingredienti naturali". Ragazzi miei, io mo' non vojo rompe er ca', ma il fatto che lo zucchero sia un ingrediente naturale non significa che possano assumerlo tutti in quantità stabilite da un tizio X in modo standardizzato. Solo io penso che sia una cosa pericolosa?
Sui social è pieno di giovani e meno giovani che cercano soluzioni miracolose e immediate per porre rimedio a un disagio che, semmai, è un affare risolvibile solo con un professionista serio, ed è su queste persone che queste aziende fanno leva per fatturare. Mi fa seriamente impressione che ci siano soggetti che sfruttano le debolezze altrui in questo modo, soprattutto vantando l'immunità dietro avvertenze minuscole copincollate sotto foto prima-e-dopo di culi scultorei.
Io non faccio testo perché ho abbracciato la filosofia carbo-gandhiana - se non mi togliete i carboidrati non divento violenta -, quindi non tradirò mai il panzerotto (se mentre stai leggendo ti stai domandando se fritto o al forno, sappi che esiste UN panzerotto ed è FRITTO), ma trovo in qualche modo fastidiose le storie con "la versione migliorata di te stessa", "se vuoi, con il nostro aiuto puoi" o "ci riesci se davvero ci tieni": 'sti polpettoni non li subivo neanche quando provavo a raggirare la mia nutrizionista (ed ero talmente incapace di farlo che ho mollato definitivamente nel lontano 2010). Non si può giocare così con le insicurezze e la salute delle persone, soprattutto se non c'è neanche uno straccio di competenza in materia perché, diciamolo chiaramente, si tratta di venditori arruolati da altri venditori che promuovono soluzioni imprenditoriali più che consigli nutrizionali.
Praticamente siamo passati dal promuovere contenitori per gli alimenti a promuovere alimenti per contenitori (in questo caso umani).
Per favore, smettiamola. Torniamo alle aspirapolveri e alle enciclopedie come una volta.

Sono anche disposta a rispondervi al citofono.

giovedì 22 aprile 2021

Zona Rosso Campari

 

Che ci fosse un po' di polentonismo nei provvedimenti adottati fino a ora per contenere la pandemia era un sospetto leggerissimo, esternato a voce bassa, con lo stesso impeto coraggioso con cui provi a correggere il professore di storia che ha sbagliato una data. Perciò adesso, dopo un anno, diciamolo apertamente: i DPCM hanno sin dall'inizio strizzato l'occhio all'ossobuco e al prosecco, schifando gli orari e le abitudini del sud.
Così, quando hanno disposto la chiusura di bar e locali entro le ore 18:00 per noi del sud è stato un problema, perché se a Milano alle 17:00 la penna cade sulla scrivania e puoi decidere di anticipare lo spritz di un'oretta soltanto, al sud questo non lo puoi fare. L'aperitivo al sud non si fa prima delle otto. Alle 17:00 a Barletta gli alcolici li beve Tonino Monteverde; al sud alle 17:00 prendiamo il caffè perché a quell'ora comincia l'altra mezza giornata di lavoro.
Nei giorni feriali non esiste che alle 17:00 scendi a fare l'aperitivo al baretto sotto casa perché, la cosa ha dell'incredibile, ma anche al sud lavoriamo e gli orari decisi dai DPCM di questo e quell'altro governo sono compatibili solo con l'orario continuato, e qui, scusate, l'orario continuato è una cosa che nessun negoziante sano di mente farebbe. Alle due del pomeriggio, con 40° all'ombra, di girare per un paio di sandali o un vestito non se ne parla. Si esce dopo le 19:00, si finisce con le commissioni intorno alle 21:30 (sì, dai negozi non si esce entro le 21:00, mai) e si sta in giro fino a mezzanotte almeno. Questo nei giorni feriali, dicevamo.
Nel fine settimana, invece, se fai orario continuato sei, come si dice dalle nostre parti, ziæn all'enél (paghi la bolletta della luce a vuoto): se va bene, si va per negozi dalle 19:30 perché prima devi "salire dal mare", farti una doccia e renderti presentabile. Per prepararsi per la serata c'è tempo, tanto al solito posto non arriva nessuno prima delle 22:00.
Ecco, questo era il cronoprogramma delle serate prima dei DPCM, del coprifuoco e dell'asporto.
Oh, l'asporto, che grandiosa invenzione! Invito il CTS a Barletta un sabato sera di un gennaio qualsiasi, verso le due del mattino, con -10°: siamo in giro senza nessun problema. Dice: non fa freddo? Stanno i funghi, e quando sono rotti (quasi sempre) basta l'idea che ci siano a scaldarci. Non importa se sia estate o inverno, ci sia pioggia o grandine, noi stiamo in giro e se prendiamo da bere stiamo in piedi davanti ai locali anche tutta la serata. Non è cattiveria, è che ci disegnano così. Paradossalmente il CTS si sarebbe fatto un favore obbligando i cittadini a fare serata seduti a un tavolo: quantomeno si sarebbe potuto controllare il distanziamento.
Ecco perché il coprifuoco alle 22:00 in piena estate è stato accolto in modo così entusiasta da tutti, anche da chi è molto rigoroso rispetto alle regole da seguire: col coprifuoco alle 22:00 la serata non ha proprio amore. Alle 22:00 si esce e la serata finisce non prima delle 3:00, e anche oltre, perché la serata si chiude con il cornetto.
Scherzi a parte, è un provvedimento ottuso che se già al nord è difficilissimo da digerire, al sud è incomprensibile perché non tiene conto delle peculiarità dei territori: non puoi pensare di tenere in casa dalle 22:00 alle 5:00 gente che abita in zone che toccano facilmente i 35/40°. Sulla costa poi.
Siamo in zona rossa, non ci sono controlli e c'è gente che esce senza problemi per i motivi più disparati e qui si firmano i DPCM col coprifuoco alle 22:00 fino al 31 luglio.
"Eh, ma sicuramente lo posticiperanno se i numeri lo permetteranno".
Ecco, appunto, aspettate. Prima di annunciare misure inattuabili fino a date improbabili, aspettate. Perché questo coprifuoco è un insulto a chi ha rispettato le regole finora: sappiamo tutti che non ci sono né risorse né coraggio di fare rispettare questa norma assurda, quindi è come dire "Bravi i fessi: le regole che state rispettando sono talmente cretine che siete più cretini voi a rispettarle".
Caro CTS, sei tu il cretino. Perché, dopo un anno, di supercazzole che vengono boicottate creando situazioni fuori controllo ne abbiamo piene le borse mare.
Se supercazzole devono essere, che almeno ci facciano capire che ci avete provato.

mercoledì 30 aprile 2014

Bisognerebbe spiegarlo alle madri



Bisognerebbe spiegarlo alle madri che nelle aule delle Università applaudono alla proclamazione a Dottore del proprio figlio. Bisognerebbe dirlo a loro che nulla è scontato e giusto, che se quel figlio si fosse trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato quegli applausi si sarebbero tradotti in dolore e incredulità. Bisognerebbe spiegarlo alle madri che non si chiamano Patrizia Moretti.

Bisognerebbe spiegarlo alle sorelle che scelgono il fiore all’occhiello per il fratello designato quale testimone di nozze nel giorno più importante. Occorre dirlo a loro che basta un niente, un pregiudizio, per trasformare quel fiore all’occhiello in un cuscino funebre. Bisognerebbe spiegarlo alle sorelle che non si chiamano Ilaria Cucchi.

Bisognerebbe spiegarlo ai padri che diventeranno nonni e insegneranno ai nipotini a batter le manine. Si provi a spiegarlo a loro cos’è una domenica sportiva che diventa sconcerto e rabbia. Bisognerebbe spiegarlo ai padri che non si chiamano Giorgio Sandri.
 
Bisognerebbe spiegarlo alle madri che pensano sia sufficiente averli educati bene, alle sorelle che credono che non commettere errori basti, ai padri che "non è toccato a me, non mi riguarda" che sarebbe potuto capitare anche a loro, che non sono diversi, che sarebbero potuti essere i loro figli, che sono solo stati fortunati, che non è una battaglia ideologica, ma di civiltà prima di tutto.

Bisognerebbe spiegarlo alle madri che essere Patrizia Moretti è stata una fottuta coincidenza e al posto di Federico potevamo esserci noi. Spieghiamolo alle madri così, con queste parole. Al posto di Federico potevamo esserci noi e quegli applausi indegni, rivoltanti e bestiali non uccidono soltanto (ancora una volta) la sua memoria, ma quella di quanti – troppi – Federico, suo malgrado, rappresenta.

giovedì 17 gennaio 2013

Il tempo di una sigaretta

Il mio vicino di casa è un brigatista.
Ci vediamo almeno otto minuti al giorno, lui sul suo balcone io sul mio, ognuno con la propria sigaretta tra le dita, ognuno avvolto nella propria giacca, ognuno coi suoi pensieri. Da circa due mesi ci vediamo per otto minuti al giorno, quelli necessari e sufficienti per fumare una sigaretta. All’inizio ci siamo ignorati, poi ci siamo studiati di nascosto e ora ci limitiamo a un cenno col capo. Ieri però ha sollevato lo sguardo due volte e ha sorriso. Un sorriso di quelli così pieni da trasfigurare il volto del mittente in tante briciole di umanità e contagiare il destinatario in un altrettanto largo sorriso. Nel congedarsi ha detto «Ciao!» e ha agitato la mano.
La nostra è una relazione clandestina. Talmente clandestina che ignoriamo l’uno le generalità dell’altra: è una relazione costruita con due nuvole di fumo che si scontrano nell’aria, un legame che sa di posacenere e si salda quotidianamente nella comune dipendenza.
Oggi mi ha rivolto la parola.
«Sorridi sempre agli sconosciuti che ti osservano da un balcone?».
«No, certo. Ma lei non è uno sconosciuto».
Gli dò del lei. D’altronde avrà circa settant’anni.
«Il tempo di una sigaretta ti basta per valutare le persone?».
«A dire il vero no, ma correrò il rischio».
Sorride.
«In questa casa le abbiamo assegnato un soprannome».
«Ah sì? E quale?».
«Il Brigatista».
Resta con la sigaretta a mezz’aria, incerto se prendermi sul serio, con uno strano ghigno sul volto.
«Fantasioso, non trovi?».
«Abbastanza, ma converrà con me che ne ha l’aria».
«Ho dei brigatisti l’idea di persone orribili. Ho l’aria di una persona orribile?».
Sembra sinceramente preoccupato.
«A dire il vero no».
«Sono un ex impiegato delle Poste. Sono in pensione da otto anni».
«Ciò non toglie che lei possa essere una persona orribile».
«Dunque credi che io sia una persona orribile?».
«Il fatto che io non lo creda non significa che lei non lo sia».
Sorride ancora una volta. Le sigarette sono al filtro.
«Ti aspetto domani, allora».
«Sarà un piacere fumare nuovamente con lei».
Sorrido anch’io ed entrambi chiudiamo le rispettive finestre.
Il mio vicino di casa ha l’aria del brigatista.

Otto Dix
Ritratto della giornalista Sylvia von Harden
olio e tempera su tavola

giovedì 8 novembre 2012

Il mio vicino di casa è uno scrittore

Il mio vicino di casa è uno scrittore.
A dire il vero non è il mio vicino di casa, perché abita nel palazzo di fronte al mio. E a essere del tutto onesti non sono neanche sicura che sia uno scrittore. Le mie coinquiline lo chiamano "il brigatista" e, in effetti, un po' ricorda i personaggi dei film ambientati negli anni di piombo, ma io preferisco pensare che sia uno scrittore.
L'ho notato in una calda mattina di ottobre: stavo fumando sul mio balcone e lui faceva lo stesso. Io in pigiama, lui anche. Ho capito che doveva essere uno scrittore perché indossava una giacca e la giacca doveva avere le toppe sulle maniche. Non si è girato, non ho visto le toppe, ma nella mia mente ho completato la giacca in questo modo. 
La giacca mi ha detto che è uno scrittore. Insomma, chi indossa una giacca di velluto sul pigiama! Be', io lo faccio. Oggi ho fumato con indosso il cappotto, il pigiama era troppo leggero. Ma quel giorno faceva piuttosto caldo. Non c'era bisogno di indossare una giacca. A meno che non fosse uno scrittore. 
Di lui spesso si vedono solo le gambe: oggi è steso sul suo letto con le finestre aperte. Può darsi che stia schiacciando un pisolino, ma sono fermamente convinta del fatto che abbia un pc (immaginare che usi una macchina da scrivere significherebbe volare con la fantasia, suvvia!) e che stia scrivendo il suo romanzo.
Non vive da solo. Ha una moglie (una compagna?). Neanche lei ha l'aria ordinaria, solo non mi incuriosisce. Pittrice? Fotografa? Attrice? Poco importa. Paradossalmente sono più incuriosita dal romanzo che sta scrivendo lui in questo momento, steso sul suo letto, con le ginocchia sollevate e i piedi chiusi in un paio di calzini blu, che scostano infastiditi un plaid in lana sintetica a fantasia scozzese blu elettrico e rosso. Chi è il protagonista, cosa gli è accaduto, a che punto del romanzo ha preteso di essere padrone delle proprie azioni ed essere lui a guidare chi l'ha creato. Sono risposte essenziali per capire chi è il mio vicino. 
Un giorno o l'altro gli farò un cenno. O magari no.
Potrei rimanere molto delusa se dovessi scoprire che in realtà è solo un ex impiegato in pensione.

Ph. animadicarta

venerdì 29 giugno 2012

Novantaquattresimo minuto

Novanta minuti sono lunghi.
Anche due anni se ci pensate, ma novanta minuti sanno essere lunghissimi.
Si entra in campo col cuore in gola e, forse, già sudaticci per l'eccitazione.
Come quando, poco prima di ogni esame, cerchi di ripetere come una silenziosa preghiera qual capitolo che sai così bene. Ma non servirà a nulla, perchè quella domanda non te la faranno e Kroos sarà sulla fascia destra.
I primi minuti sono quelli più freschi, difesa e attacco, fiato e presenza in campo. L'università è uguale: studi e porti a casa il risultato. Il nostro portiere para il primo attacco avversario ed io sono stata congedata dalla commissione d'esame con un trenta e lode, soffiando il nervosismo proprio come fa Gigi.
Gli esami però sono ancora dodici, è passato solo qualche minuto dal fischio di inizio e bisogna giocarne più di ottanta. Si gioca, si continua a giocare con il cervello e con il cuore, ma non avrei scommesso dieci lire bucate su un campionato così, perchè quando ti strappano via il cuore a metà partita è sempre un casino ritrovare lo schema giusto.
Ma io... io avevo la mia bussola e non ho mai navigato a vista.
Tornando al match, il cervello c'è: la Germania ci prova e ci riprova ad entrare, ma non gli riesce. Mario fa due goal importanti e la differenza la fanno i compagni di squadra. Anch'io ho ottenuto i due risultati più importanti grazie alla mia squadra e al Coach. Quel Coach.
Si va in vacanza con soddisfazione e consapevolezza: un po' come quando i giocatori vanno alle panchine e sono soddisfatti di quel che hanno dato e sentono la responsabilità degli ultimi quarantacinque minuti, i più lunghi per il risultato da difendere e per la stanchezza. Invece si rientra carichi, determinati a difendere i goal e, anzi, a cercarne altri. Peccato per quel fuorigioco di Balzaretti, ma va bene. Va bene anche tornare a casa con 29, ma il 9 sul mio libretto non è mai mancato.
A marzo ho deciso che ci sarei riuscita, che ies ai chen: farò di tutto per laurearmi a luglio!
Solo che attaccare e difendere insieme è un casino: la stanchezza comincia a farsi sentire, la bussola si sta smagnetizzando e va sistemata, la concentrazione cala e...
BAM! Calcio di rigore per la Germania e si va sul 2-1, ma va bene perchè è quasi finita. Il tifo si sente, il calore intorno anche.
Fischia francese di merda, fischia. Sono gli otto secondi più lunghi per gli Azzurri.
Proprio come l'ultimo esame. Fischia Mariolina, fischia.
"E' finita, è finita, è finita!"
Si va a Kiev.
Si va a Bari.
Scusate, ma io mi sento un po' SuperMario.

Io, oggi.

sabato 12 maggio 2012

Origene, Ambrogio e studenti universitari pigri

L'altra sera ho avuto il piacere di ascoltare per la prima volta la Prof.ssa Adele Monaci a Foggia. Per chi non lo sapesse, Adele Monaci insegna Storia del Cristianesimo a Torino, ma è nota soprattutto per essere, insieme a Manlio Simonetti, una delle più grandi studiose di Origene e dell'Origenismo. Chi volesse avvicinare il pensiero di Origene passerà imprescindibilmente dal Dizionario da ella curato, tassello fondamentale per qualunque bibliografia essenziale che si rispetti sull'argomento.
Non potevo mancare un appuntamento così importante, perchè la mia tesi di laurea triennale e quella specialistica hanno come oggetto di studio due manoscritti contenenti l'opera omiletica del grande esegeta alessandrino, il cui pensiero ha modellato l'insegnamento della dottrina cristiana in ambiente ellenistico per tutti i secoli successivi, nonostante la damnatio memoriae sancita formalmente da Costantino nel 553.
La studiosa è intervenuta con una relazione dal titolo "Origene maestro spirituale" tirando in ballo non solo l'opera dell'esegeta, ma anche i rapporti che intrattenne con i personaggi più o meno noti che ruotarono intorno alla scuola e, più specificatamente, alla sua persona.
Tra questi era Ambrogio, un pagano convertitosi prima allo gnosticismo e poi "convinto della verità proclamata da Origene" (cit. Eus. H. E.); dotato di grandi ricchezze, fornì al maestro ogni risorsa perchè questi potesse continuare serenamente la sua opera. In altre parole ne foraggiò l'insegnamento e incoraggiò Origene a mettere per iscritto le sue parole fornendogli tutto il necessario: tachigrafi, copisti, calligrafe, risorse materiali per poter affrontare i suoi viaggi. Questo è quanto narra Eusebio di Cesarea nel libro VI della Storia Ecclesiastica. 
Adele Monaci nel 2001 ha però osservato che probabilmente Ambrogio non si è limitato a fornire i mezzi necessari all'adempimento dell'attività intellettuale di Origene, ma ne avrebbe sollecitato lo svolgimento e rimproverato gli esiti, smontando l'ideale dell'intellettuale indipendente e sollevando il sospetto che nell'attività di questi, il patronato avesse voce in capitolo in un rapporto dialettico fatto di confronto tra docente e discente, ma anche di asperità di giudizio e pretese.
Ho naturalmente citato questo saggio nella mia tesi, convinta del fatto che i rapporti tra Ambrosio ed Origene non possano essere stati poi così distesi per molte ragioni. Ambrosio era una persona colta oltre che benestante e si avvicina ad Origene in età adulta (pare fosse già sposato). Una persona così istruita, per quanto affascinata dalla levatura morale ed intellettuale del maestro, difficilmente avrebbe accettato supinamente quanto prodotto con il proprio denaro. Ho pensato al processo di produzione di un film, per semplificare al massimo il concetto. D'altro canto Origene lamenta, nelle sue lettere agli amici di Alessandria, che i suoi scritti siano stati manipolati contro di lui: tradisce l'insoddisfazione per aver cominciato a scrivere le sue opere dietro consiglio di Ambrogio, come dice Eusebio? E fino a che punto le intromissioni di Ambrogio sono state determinanti per la produzione? In che misura hanno pesato? Sono domande a cui parzialmente cerca di dare risposta Adele Monaci in Origeniana Octava, ma che da parte mia, in un momento particolare, hanno portato ad una riflessione ulteriore.
Ieri parlavo con un mio amico, di studenti universitari poco attenti alle possibilità didattico-seminariali offerte dall'Università e non. Si commentavano anche certi studenti che "la tesi? col relatore più easy e meno pignolo". Ed ho ripensato all'indipendenza di Origene e ai suoi rapporti col patronato. Sarebbe impensabile per me affrontare una tesi di laurea senza l'intervento, anche aspro, da parte del mio relatore. Non pretendo che la mia tesi sia un capolavoro di ricerca scientifica, ma vorrei tornare a leggerla con soddisfazione e uno scatto d'orgoglio. Per questo sono disposta a mettere in discussione anche i progetti per il futuro. Non vorrei mai un relatore che si accontenti, perchè io per prima non mi accontenterei mai. Per questo non capisco la teoria del relatore-easy. E tornando ad Origene, non deve essere stato affatto semplice soddisfare le esigenti richieste di Ambrogio sui tempi di creazione e qualità delle opere, ma comprendo perchè non se ne sia allontanato. Quando la dialettica, lo scambio vicendevole, il confronto più o meno duro, diventano terreno fertile su cui è possibile produrre qualcosa di buono, non importa quanto tempo, sacrifici e risorse ci vogliano. L'importante è che quel qualcosa sia davvero buono.
Scusate, ma... in bocca a lupo a me.

da G.I.R.O.T.A.

giovedì 8 marzo 2012

Incontri, scontri e scontrati


Io rifletto a caso, su cose a caso, in posti a caso. Ieri riflettevo per strada tornando a casa dalla stazione, ad esempio.
Riflettevo amaramente sull'incapacità di elargire un sorriso o scambiare due chiacchiere con un estraneo. E' triste, ma piuttosto comune.
Ieri, sul treno, mi sono accomodata sulle poltroncine vis à vis a quattro posti: erano occupati da due donne, io ero la terza. Poco dopo si è accomodato un signore che gentilmente, con fare anche troppo affettato, ha chiesto di poter sedere con noi e gli è stato gentilmente risposto di sì.
Il signore, sulla quarantina (forse un po' di più), non particolarmente distinto, non particolarmente bello, non particolarmente tutto, un signore insomma, ha attaccato bottone perchè voleva chiacchierare.
Il signore voleva chiacchierare.
Io ho tirato fuori gli auricolari ed ho indossato gli occhiali da sole. Perchè sarò anche gentile e simpatica, ma so essere una gran sgrugna pure io, garantito.
Insomma... le due donne tra loro parlavano del tempo e lui si intrometteva. Non con fare arrogante o invadente, ma l'effetto era quello di una terza voce che si inserisce in un duetto affiatato e rodato.
L'uomo ha chiesto dove le due fossero solite andare a divertirsi la sera, le due donne hanno glissato.
Doveva essersi trasferito da poco, perchè ha chiesto se fosse vero ciò che si diceva in giro sul divertimento serale, se fosse vero che il mercoledì sera c'è tanta gente in giro, se era vero che il viale si riempie di gente. La più giovane ha risposto che era vero e valeva per tutti i giorni, non solo per il mercoledì. Poi sono tornate ai loro discorsi. In cui puntualmente il signore trovava il modo di entrare, con le facce basite delle due, che un po' per gentilezza, un po' per educazione non l'hanno messo al suo posto. Io, come ho già detto, sono una gran sgrugna quando voglio, per cui a quel punto era come se non fossi presente.
Questo per dire. Siamo tutti amici su Facebook, condividiamo, ci piace interagire e seguire le persone, ma poi se qualcuno vuole interagire con noi nella vita di tutti i giorni ci stranisce, ci infastidisce, ci chiudiamo a riccio.
Il signore ha tirato fuori un biglietto da visita dicendo “Questo è il mio numero...” e lo ha consegnato alla mia vicina di posto, la quale pur con una certa riluttanza, lo ha preso.
Ieri ho capito perchè spesso ci chiudiamo a riccio e non diamo mai troppa confidenza. Non è colpa di Facebook o di Twitter.
L'ho capito quando ho sbirciato sul bigliettino avorio.
La scritta nera recitava: Accompagnatore.

Richard Gere, American Gigolo



venerdì 2 marzo 2012

Senza titolo



Io sono Caterina. Ho otto anni e qualche mese. Ho un fratellino più piccolo. Si chiama Davide ed ha le gambe mangiate. Non proprio mangiate, come mangiano i cani. Mangiate come consumate. Ha le gambe che si consumano, le ossa che finiscono. Beh, scusate, io sono piccola. Posso dire quello che capisco dai discorsi dei grandi. Che poi non è che posso proprio sentire. Mi mandano via, ma io ascolto lo stesso. Mi metto seduta in corridoio o sul divano e metto le cuffiette spente nelle orecchie. Così posso sentire e loro pensano che io stia ascoltando la musica. Le cuffie del walkman non sono quelle originali della Sony. Quelle avevano il cerchietto, ma il mio fratellino una volta era arrabbiato e le ha rotte. Ha rotto le sue cuffiette, il walkman è suo. Per fortuna non ha rotto quello, le cuffie si possono cambiare. Non ho molte cassette che mi piacciono. Cioè. Io non ne ho nessuna. Sono tutte di mamma e papà. Mamma ha Lucio Battisti e Lucio Dalla, anche se la prima è nella radio grande. Papà ha i Doors, ma quelli non li capisco. Sono tutti in inglese, ma non come Madonna, sono strani. Non mi piacciono. Così ascolto la radio. Mio zio mi ha registrato il Lago dei Cigni su una cassetta. Dall'altro lato c'è Whitney Houston, ma quella piace a mamma. Così ascolto la radio. Devo mettermi davanti alla finestra, perchè in camera mia non prende bene, ma se sollevo l'antennina e la giro un po' riesco a sentire.

A mio fratello hanno aggiustato le gambe. Sono andati lontano, ma le hanno aggiustate. Ora ha il gesso. Vi spiego: è come se avete incollato con l'attack una cosa rotta. All'inizio la tenete con le mani ben ferma, se no si muove e si incolla male, giusto? I dottori hanno fatto così. Solo che siccome loro sono lontani e non possono tenerle ferme, hanno usato il gesso. Non sono brava a disegnare, diciamo che faccio proprio schifo, ma ho disegnato Olivia di Braccio di Ferro sul gesso, con il pennarello nero. Dovevo stare attenta, altrimenti se sbagliavo restava l'errore sul disegno. Però è venuto proprio bene. Braccio di Ferro non l'ho fatto. Era difficilissimo. Io non sono così brava, ma Olivia è venuta bene. Al mio fratellino è piaciuta. Vengono gli amichetti a trovarlo per i compiti, ma io mi annoio, sono tutti maschi. Però posso ascoltare la musica col walkman. Infilo la mollettina nella gonna e giro per casa con la musica nelle orecchie. Ieri la radio non funzionava bene. In cucina non si sente niente neanche con l'antenna alzata, ma non potevo spostarmi, perchè mamma stava lavando il pavimento e avrei sporcato tutta la casa con le scarpe bagnate, perciò dovevo aspettare. Nel walkman c'era Lucio Dalla. Uffa. Io conosco solo quella del lupo e su questa cassetta nemmeno c'è. Uffa.

Balla balla ballerino tutta la notte e al mattino
Non fermarti balla su una tavola fra due montagne
E se balli sulle onde del mare io ti vengo a cercare
Prendi il cielo con le mani vola in alto più degli aeroplani
Non fermarti sono pochi gli anni forse sono solo giorni
E stan finendo tutti in fretta e in fila
Non ce n'è uno che ritorni.
.
Mamma questa la canta sempre. Mamma Lucio Dalla lo conosce.

Balla non aver paura se la notte è fredda e scura
Non pensare alla pistola che hai puntato contro
Balla alla luce di mille sigarette e di una luna
Che ti illumina a giorno balla il mistero
Di questo mondo che brucia in fretta quello che ieri era vero
Dammi retta Non sarà vero domani
Ferma con quelle tue mani il treno Palermo-Francoforte
Per la mia commozione c'è una ragazza al finestrino
Gli occhi verdi che sembrano di vetro
Corri e ferma quel treno fallo tornare indietro.

A mio fratello si è rotta un'altra gamba. La devono aggiustare. Mi sa che ricomincia tutto daccapo.
 
Balla anche per tutti i violenti veloci di mano e coi coltelli
Accidenti Se capissero vedendoti ballare di essere
Morti da sempre anche se possono respirare
Vola e balla sul cuore malato illuso sconfitto poi abbandonato
Senza amore dell'uomo che confonde la luna con il sole
Senza avere coltelli in mano ma nel suo povero cuore
 
Il mio fratellino sta bene adesso. Lucio Dalla adesso mi piace davvero. Conosco solo le canzoni della cassetta però. Così per registrarne un'altra, telefono alla radio e mi faccio mettere quelle che non ho, così le registro e le metto su un'altra cassetta. 
 
Allora vieni angelo benedetto prova a mettere i piedi sul suo petto
E stancarti a ballare al ritmo del motore ed alle grandi parole
Di una canzone canzone d'amore Ecco il mistero
Sotto un cielo di ferro e di gesso l'uomo riesce ad amare lo stesso
Ama davvero senza nessuna certezza
Che commozione che tenerezza


Il walkman verde è là, chiuso in un cassetto, dopo diciannove anni. Le cassette non ci sono più. Non so che fine abbiano fatto col trasloco e il resto. Ma in realtà adesso servono a poco. Ora c'è youtube. C'è internet. Il walkman verde della Sony è ancora là però, con lo scotch trasparente a proteggere il coperchio delle pile.
Io sono Caterina, ho ventisette anni e sono cresciuta. E diciannove anni fa, Lucio Dalla per la prima volta mi ha detto nell'orecchio che tutto si può aggiustare.
Le cuffie, le gambe, le cose brutte. 






martedì 31 gennaio 2012

E-book: quando leggere non basta

Mi hanno chiesto quale fosse la mia posizione su questa notizia ovvero sulle dichiarazioni dello scrittore americano Nicholas Carr sul suo blog. Una posizione che non sento di condividere, perchè non condivise sono anzitutto le motivazioni che muovono l'idea. Suggerire agli editori di regalare l'e-book per contrastare Amazon e tutto ciò che gira intorno è una non-soluzione. Che l'affermazione dell'e-book sia ormai questione di tempo è un dato di fatto e trovo inutile mettersi a fare la guerra ad Amazon o a chicchessia per presunte questioni etiche dell'ultima ora.
Studio beni archivistici e librari e conosco forme, materiali e relative trasformazioni del libro nella storia. E non ritengo il formato elettronico l'ennesimo passaggio, ma una semplice alternativa, che sicuramente prenderà piede e che, tuttavia, io non preferisco per molti motivi.

1) Ognuno di noi ha fatto le sue ricerche sulle enciclopedie da bambino. Il compito per casa non era trovare la data della scoperta dell'America o la nascita di Roma, ma sfogliare, cercare, imparare un corretto utilizzo del libro come fonte bibliografica e rielaborazione. Poi è arrivato Google. Strumento meraviglioso, per carità: alzi la mano chi almeno una volta nella vita si è risparmiato una figuraccia grazie a Google! Ma ha risparmiato un sacco di fatica nelle ricerche ed ho appreso, con un certo sconcerto, che i miei cugini più piccoli spesso fanno ricorso a San Google piuttosto che alla vecchia enciclopedia. Tornando all'e-book, soprattutto per utilizzo scolastico (che abbatterebbe, volendo, anche del 100% i costi per l'approvvigionamento dei libri di testo), il rischio è che si abituino le nuove generazioni a utilizzare la funzione di ricerca nel testo, come esclusivo metodo di ricerca.

2) La forma. La tecnologia eInk  aiuta, va detto, ma non può compiutamente definirsi la panacea di tutti i mali e, no, il formato digitale, per quanto attiene la forma, non può entrare in competizione con il formato cartaceo, allo stesso modo in cui un libro cartaceo di venti-trent'anni fa esce sconfitto dalle cinquecentine. I libri del '500 hanno le pagine giallognole perchè allora non venivano utilizzati acidi per inibire l'azione della lignina; quegli acidi, usati fino a qualche decennio fa, rendevano bianchissime le pagine dei libri, ma tra un centinaio di anni saranno compromesse, per questo oggi se ne fa a meno. Lo stesso principio, in linea di massima, vale per il formato digitale: il supporto non è durevole (in dieci anni si è passati dalla videocassetta al dvd al dvx al bluray, solo dieci anni!) e il rischio di perdere un'intera biblioteca personale si fa più concreto.

3) Annusare le pagine di un libro è da drogati, è vero, ma c'è gente che apprezza il genere (io).

4) L'e-book consente di portare in qualche decina di grammi, centinaia di libri sempre con sè. E' il sogno di ogni bibliofilo in effetti (amico dei drogati del punto 3), ma che senso ha? Sono stata fuori per una giornata intera ed ammetto di averne portati con me due soltanto, senza che questo abbia causato chissà che ernia. Ma ammettiamo anche che due non vi bastino: quanti libri siete in grado di leggere in una giornata fuori casa?

5) Dulcis in fundo, la ragione per cui secondo me l'e-book può esistere accanto al libro e non in alternativa ad esso è che il lettore, anche quello meno attento, concretizza l'esperienza-libro attraverso la sua fisicità. Il senso di possesso dell'oggetto, la possibilità di sfogliarlo, fargli le "orecchie", sottolineare dei concetti, scriverci il proprio nome, riporlo in libreria. Rinunciare a tutto questo significherebbe castrare la lettura. Jonathan Franzen all'Hay Festival di Cartagena, in un attacco frontale all'e-book, diceva proprio questo. Ed io sono ampiamente concorde, perchè altrimenti si ridurrebbe la lettura ad un processo di assorbimento nozionistico.

Non sto cercando di demonizzare il formato digitale, ma ho delle riserve sull'utilizzo che se ne farà. Probabilmente ne acquisterò uno o me lo farò regalare, ma ho serie difficoltà ad immaginare una mia biblioteca virtuale. Forse sarà la mia emeroteca portatile, ma oltre questo non riesco proprio ad andare.
Ma io, come ho detto poco sopra, sono una drogata.


Casin. 345 (Ph. Mariolina Curci)

venerdì 30 dicembre 2011

Trasloco finito ovvero La fine del mondo è vicina

Quello postato qua sotto è stato il primo post di penneasfera in casa Splinder. Ora che Splinder ha chiuso ho deciso di riaprire con lo stesso post in questa nuova casa. Ho dato un po' di colore alle pareti, arredato le stanze ed ho perfino posizionato uno zerbino all'ingresso. Il nome sulla targhetta è sempre lo stesso, Stato di calma apparente: è il titolo di una vecchia canzone che all'epoca coglieva perfettamente il senso degli sproloquidellaspecie. Per il momento rimane, ma mi riservo di cambiarlo a tempo debito.

Il 2011 si chiuderà domani tra una bottiglia di Fontanafredda e uno zampone in offerta al Dok.
Nel 2012 avrò tempo fino al 31 gennaio per riportare tutti i post su questa piattaforma, opportunamente retrodatati.

Propositi non ne faccio: sono inutili, finiscono prima di averli pronunciati e il risultato porta alla depressione e istiga al suicidio.
(Cari amici di Studio Aperto, scherzo. E' che sono troppo pigra per farne e per rispettarli.)

Dimenticavo: special guest star di Capodanno, come vuole la tradizione, il raffreddore assassino. Brindo con il Fluimucil.
Tanti bacilli sotto il vischio a tutti e buon 2012.

giovedì 29 dicembre 2011

L'altalena taglia 46

Mi chiamo  Mariolina...ricominciamo.

Il mio nome è Maria  Concetta Immacolata, senza virgole (per chi non lo sapesse, per legge tutte le  virgole sono state eliminate negli uffici anagrafe) ed ho 22 anni. No,  ricominciamo tutto daccapo.

Il mio nome è Maria  Concetta Immacolata e finirò 23 anni a maggio, il 17 per la precisione (a voler  essere pignoli sono nata in un soleggiato venerdì e non sono  superstiziosa).

Ho due occhi, un naso,  una bocca, due braccia, due gambe neanche troppo belle. La natura ha deciso che  le donne devono avere le tette. Ce le ho anche io. Porto una quarta. E' una  terza abbondante in verità, ma i modelli di reggiseno che piacciono a me non mi  stanno e devo comprare la quarta. Ma porto la terza.

Il peso oscilla da anni  tra i 65 e i 72 kg ed io lo lascio fare. Il punto vita è andato a farsi benedire  quando ho scoperto l'esistenza della parmigiana e delle patatine fritte. Mangio  abbastanza schifezze. Non mi piacciono le lasagne. Non mi piacciono le cose che  hanno un sapore indefinito. Già di suo la carne non mi piace, se poi ci aggiungi  la salsa di pomodori siamo a posto.

Ho un pessimo culo. Siamo  più raffinati. Non ho un bel sedere. Taglia 46, che adesso è 44 e non perchè sia  dimagrita, no, questo no. E' che con questa moria di top model a causa dei  disturbi alimentari, gli stilisti hanno deciso di ridurre i numeri delle taglie  e prendersi ancora una volta gioco dei cervelli femminili. Contenti loro, il mio  sedere è sempre quello. L'altalena è la mia passione, ma è raro trovarne una che  sia taglia 46 (che poi è 44), perchè i bimbi arrivano massimo alla 38. Una volta  ne ho trovata una. Solo che poi non ci sono più salita. Il parco giochi ne ha  una, ma dopo un po' devo scendere perchè le catene mi segano i fianchi. Non è  una bella immagine, lo so. Lo è ancor meno la sensazione.

 Mi piace anche  passeggiare da sola. La mia città fa un po' schifo dal punto di vista degli spazi verdi, ma andasene in giro quando non c'è nessuno è il massimo. Specie  se lo fai dopo aver finito un libro, e lo stile dell'autore ti risuona in testa  descrivendo la tua passeggiata.

Sono psicolabile, lo  so.

I miei capelli erano  spaghetti quando ero piccola. Poi ho fatto la pemanente a tredici anni. Ero  brutta uguale. Non erano i capelli che andavano cambiati. L'autostima. Adesso  sono lisci. Dopo 55 minuti in bagno sotto phon e piastra. Oppure mossi con chili  di mousse forte o gel. La lacca no. Il buco nell'ozono sta facendo annegare il  pianeta. Da piccola non sapevo nuotare. Anche adesso non sono una sirena, ma  almeno non annego se mi tuffo. E' già qualcosa. Non sapevo nuotare, ma giocavo a  pallacanestro. Non è servito a molto, parlando in centimetri, ma sapevo fare il  terzo tempo. Prima ancora ho fatto danza. Poi ho smesso. Mamma sosteneva che  c'era troppa disciplina. Adesso so che non avrei voluto smettere. Capita. Ho  smesso anche con la pallacanestro. Erano rimasti solo i maschi e a 12 anni non  ero ancora interessata alle beghe amorose e ai preadolescenti brufolosi che si  sentivano fighi. Preferivo Hugo, Joyce e Calvino. Forse è per questo che stavo  sempre da sola. Non è facile leggere 1853 pagine in 15 giorni. Specie se a  distrarti c'è il pensiero che il tipo figo ti ha chiesto "ti vuoi mettere con me?". Chi sei? Che vuoi? E' stato mollato. In seguito ebbi i miei due di picche  anche io, vi assicuro.

 Vi piace la maionese? A  me sì. Qualche anno fa pensavo che una volta andata a vivere per conto mio,  avrei pranzato tutti i giorni con il cocktail di gamberetti. Poi ho scoperto che  se fossi diventata intollerante non avrei più potuto mangiarlo. Sono due anni  che non mangio i cocktail di gamberetti.

Sono strana, psicolabile,  l'ho detto. Lunatica. Indecifrabile, disse qualcuno una volta. Un libro aperto  disse qualcun altro. Sono comprensiva e matura (e lì mi sentii mia madre) disse  un altro. Ogni tanto impazzisco, la monotonia è pessima compagna. Altre volte  penso che se incontrassi una come me, le urlerei in faccia di spegnere quella  vocina stridula. E' troppo alta.

lunedì 12 dicembre 2011

La gatta frettolosa...


Leggo su più testate una notizia bizzarra: un ragazzo di 21 anni, iscritto alla facoltà di Giurisprudenza di Roma, ha dato i 29 esami previsti nel piano di studi in due anni. La stranezza, secondo le testate, sta nel fatto che l'Università gli avrebbe bloccato una carriera in così rapida ascesa perchè troppo veloce: deve attendere due anni. Ah, la media è del ventottovirgolaqualcosa. Lui, piccato, ricorre al Tar e, non appena sarà finita questa storia, andrà all'estero.

Cari i miei giornalisti scioccati da cotanta beffa, affascinati da cotanto genio e sprezzanti dei regolamenti universitari, vi svelo una cosa.
Per conto mio, se gli azzerassero la carriera, sarebbe una buona punizione: il ragazzo non è un genio. È solo un furbetto. E i furbetti mi fanno incazzare. A laurearsi in due anni, senza frequentare o seguire i corsi, son buoni tutti.
E chi gli va dietro, pensando che abbia ragione è un privilegiato. Di ragazzi che fanno lavoretti per mantenersi agli studi o anche solo per pagarsi qualche sfizio, è pieno il mondo. Parimenti il mondo è pieno di ragazzi che non riescono a stare al passo con il piano di studi, non perchè non gliingozziafareniente (tradotto: gradiscano l'arte dell'ozio), ma perchè il tempo va organizzato, rubato, allungato e stirato.
Il ragazzetto in questione probabilmente (fortuna sua, nessuno gliela toglie, beato lui), probabilmente non ha questi pensieri ed ha pensato bene di privarsi della grande opportunità che gli veniva offerta: la didattica. Non ha potuto frequentare perchè era impegnato con gli esami, perchè ha avuto l'arroganza di pensare che potesse farne a meno. Uno sprint che, genio quanto volete, ho seri dubbi che gli abbia lasciato qualcosa in termini di formazione. C'è un tempo per apprendere, per discutere, per confrontarsi (l'Università è soprattutto questo): lui se l'è giocato. Anzi, ha avuto la possibilità di giocarselo. Perchè, per potersi organizzare il tempo in questo modo, devi avercelo, non devi avere altri pensieri e devi stare solo su quello. Ecco perchè mi incazzo.
Quando si parla di meritocrazia e di genio, vorrei si tenesse conto soprattutto di questo. Quello di cui parlano i giornali non è merito tradito, ma arroganza giustamente punita.
A fare un esame al mese son buoni tutti.
Purchè tutti abbiano i tempi e gli strumenti per farlo.

sabato 3 dicembre 2011

Ex abrupto



Odio il soundcheck.
Stavo leggendo con un bicchiere di vino bianco nella mano, ieri sera. In sottofondo il soundcheck del concerto dedicato a De Andrè che si sarebbe tenuto qualche ora dopo.
Ho scoperto che odio i soundcheck in quel momento. Anzi no. Su un pezzo in particolare.
Canzone dell'amore perduto. Alla fine della seconda strofa, quando il pezzo comincia a distrarti da qualsiasi cosa e cominci a cantarlo a bassa voce per non distruggerlo.
Lì, il pezzo si è interrotto e il fiato è rimasto strozzato a metà.
Il soundcheck, appunto.
Tu cominci ad apprezzare un pezzo, ti lasci trascinare dalle note, dalle parole e poi. Nulla.
Non mi piacciono i soundcheck perchè interrompono sul più bello la musica.



Ex abrupto è proprio brutta come espressione. E' latina. Fa molto personcina colta. Ma è brutta. Spezza qualcosa che prima c'era e che poi all'improvviso non c'è più. L'ho usata nella mia tesi in paleografia: il secondo testo omiletico del manoscritto si interrompeva ex abrupto, forse per la caduta di alcune carte. Non si sa che fine abbiano fatto quelle carte, né come siano cadute. Si sa che prima c'erano e adesso non più.

Una volta scrivevo. Tanto. Qualcuno dice bene.
Poi come Canzone dell'amore perduto, come il mio codice, sul più bello, ho smesso. Senza un perchè ben definito, solo ho smesso.
E' da qualche mese che la mancanza della scrittura, della mia scrittura, si fa sentire. Ed ho ricominciato, di nascosto, a scrivere.
Poi un giorno ho scoperto che il mio padrone di casa mi ha sfrattato. Penneasfera è stato sfrattato e lì si è sbloccato qualcosa. Nostra signora retorica dice che quando stai per perdere qualcosa, solo allora ti rendi conto del suo valore. Forse è vero, forse no. Ma il fatto di aver rischiato di perdere tre anni di sproloqui, mi ha fatto capire che io non scrivevo solo per il blog o per i lettori.
Scrivevo per me.
E io non sono pronta a dire basta.
Il soundcheck finisce qua.




http://www.youtube.com/watch?v=fGVT_1kfuIc

domenica 22 novembre 2009

Discrezione

Questa mattina ero impegnata nella lettura degli affreschi della Camera Picta del Castello di San Giorgio a Mantova, commissionati dai Gonzaga ad Andrea Mantegna. Cosa c'entra questo con la discrezione? Forse proprio nulla, è vero. Fatto sta che per vedere i Gonzaga ritratti in una scena quotidiana (senza rinunciare al taglio celebrativo, finalità principale della Camera), Mantegna deve aprire una cortina sul loggiato. Oltre questa cortina c'è Ludovico con tutta la famiglia e la sua corte. Non solo: sulla volta l'artista apre un oculo da cui dei putti si affacciano come a spiare la scena dall'alto.
E' possibile che Mantegna stesse spiando i Gonzaga nel momento in cui Ludovico incontra per la prima volta il figlio Francesco diventato cardinale? Certamente no. La commissione parla chiaro: la Camera Picta era un piccolo vano con funzioni rappresentative, nel quale i Gonzaga ricevevano gli ospiti di prestigio e la celebrazione di un figlio cardinale su quelle pareti doveva servire proprio a questo.
Però è curioso l'espediente usato dal Mantegna per "sfondare" le pareti di una camera angusta. Sembra quasi una forma di reality ante litteram, tanto che, pur dovendo celebrare i Gonzaga, Mantegna non si piega all'idealizzazione dei personaggi, ma li ritrae esattamente come sono: nasi pronunciati, rughe, doppimenti, non sono sacrificati, anzi.
Ma ancora: tutto questo cosa c'entra con la discrezione?
La scorsa settimana ho appurato che il pettegolezzo, farsi gli affari altrui, l'intervento in questioni private spiattellate come fossero casi nazionali è diventato uno sport olimpico.
La cosa curiosa è che le persone si sentono in diritto di intervenire non solo su aspetti superficiali riguardanti gli altri, ma anche sulle scelte già fatte. Il reality ci ha messo del suo: sembra che tutto il mondo sia chiuso in un acquario e il suo doppio al di là del vetro (la cortina appunto) osserva e ne discute.
La cosa potrebbe sembrare solo teorica, ma se ci fate caso, almeno una volta nella vita è capitato a tutti di sentire la famosa domanda: ma perchè...?
Una domanda, la cui risposta più opportuna non ha mai trovato bocca, ma solo cervello: ma perchè non ti fai i cazzi tuoi? In questo caso la parola "cazzi" non è la cafonata d'occasione, ma diventa termine tecnico - scientifico. In pratica sentitevi legittimati ad usare la parola "cazzi" se decideste di rispondere sinceramente alla domanda, perchè essendo una domanda del cazzo, necessita di "cazzi" anche nelle risposte.
Ma torniamo alla Camera Picta ed ai putti che sbirciano dall'oculo sulla volta. E' un artificio ottico eccezionale, in pratica le figure spiano la scena dall'alto. C'è poco da fare. Si affacciano e guardano cosa succede nella Camera: il classico caso di "se i muri potessero parlare...", reso magnificamente in pittura.
La discrezione in quel caso non esiste proprio. Se la cortina si apre davanti a Ludovico e lui sa di essere osservato dallo spettatore, si assiste al paradosso dello spettatore che a sua volta è spiato dai putti. In pratica è come se ci fossero delle telecamere a riprendere le telecamere della casa del Grande Fratello, che a loro volta riprendono i dieci imbecilli dell'anno (ma questa è solo una mia opinione, non divaghiamo).
Curioso è infatti scoprire (con somma gioia, lo ammetto) che la stessa persona che è stata indiscreta con qualcun altro, si è lei stessa prestata (e non solo il fianco, ma culo, gambe e braccia, testa inclusa nel prezzo) al pettegolezzo come fosse qualcosa di normale. Della serie: un pettegolezzo val bene la mia testa sul vassoio di argento di qualche avvoltoio. E aggiungo che in qualche caso, se non avessi conosciuto bene il pettegolo in questione, avrei dubitato della sua intelligenza (salvo dubitarne ugualmente se la persona in questione sembra stia facendo questo senza un motivo preciso).
Trovo il pettegolezzo un'arte. Non lo condanno a priori come potrebbe sembrare in effetti, ma lo trovo un divertissement, che non deve nuocere e non deve mettere in imbarazzo. Prima regola: divertirsi e poi pensare ad altro. Restare ancorati allo stesso pettegolezzo per mesi significa non avere nulla da dire, nulla da scoprire, o peggio, nessuno scopo nella vita. Aggrapparsi agli avvenimenti della quotidianità altrui, significa non trovare un senso nel piattume della propria, che è quanto di più lontano possa esserci dall'esigenza di creare un'illusione ottica per allargare una stanza (per il Mantegna).
In pratica, se non dovete affrescare una stanza piccola, è inutile che vi affanniate a sollevare cortine o ad affacciarvi dall'alto: un consiglio non richiesto non insiste. Tace.


mercoledì 9 settembre 2009

Videocracy. Mediocracy. Idiocracy.

Ieri sera sono andata al cinema a vedere Videocracy.
Per chi non l'avesse visto anticipo qualcosa: tre facce di culo che, ognuna a suo modo, contribuisce a drogare le già devastate menti della popolazione italiana che si presta. Alla fine muoiono tutti. Forse.
Mi domandavo se esiste un antidoto. Mi domandavo se questa follia di massa ad un certo punto finisce o continua all'infinito. Ieri guardavo l'avanzo di gal... Corona e mi veniva da vomitare. Guardavo il nan... premier e mi veniva da vomitare. Guardavo il papp... Lele Mora e mi veniva da vomitare. Poi però mi sono resa conto che è tutto legittimo. La follia è che quello che dicono e fanno è legittimo. Pensateci un attimo: questa gente è legittimata dalle migliaia di persone che baciano la terra dove camminano. Sono in grado di ipnotizzare quei poveracci che li seguono con quattro sorrisi e la prospettiva di fare soldi.
Tutte vogliono diventare veline. Ognuna offre quel che può, in senso letterale e figurato. Si diventa mogli di calciatori nella peggiore delle ipotesi, puttana di qualcuno che conta nella migliore.
Tutti vogliono sfondare nel mondo dello spettacolo. Vendendo la madre se necessario, ma tant'è.
Tutti vogliono essere sopra tutti (o tutte, fate voi). Soprattutto in tv.
Sono disgustata.
E mi domando se c'è una speranza, anche una sola, che l'idiozia di massa finisca, ci si svegli tutti quanti e si mandi a quel paese questa sonnolenza che rovescia tutti gli equilibri.



martedì 14 luglio 2009

No Madonna dello Sterpeto? No party!

E fu così che sulla festa patronale di Barletta calò il sipario.
Appuntamento di interesse sociologico, per un motivo assai curioso, attira gli etologi di tutto il mondo che ogni anno aggiungono un tassello agli studi del settore. Giudizio che a quanto pare rimane inascoltato per una festa sempre uguale a se stessa.
Ieri parlavo con un'amica e riflettevo ad alta voce sul fatto che la festa patronale è curiosa non nei tre giorni di festa, ma in quelli immediatamente successivi.
Le ragazzine tra i 13 e i 16 anni avranno tutte il tattoo della cinese che sta in piazza Marina. I disegni sono sempre quelli da circa dieci anni. I più gettonati sono i tribali e le rose. Le più trasgressive optano per un'intramontabile Cappella Sistina. A prescindere dal soggetto le accomunano i genitori che almeno per una settimana non sentiranno la litania del mammavoglioiltatuaggio. Nella stessa settimana porteranno addosso gli oggetti acquistati in giro per le bancarelle. Sembreranno alberi di Natale fuori stagione, ma questo solo per i dieci minuti di strada da casa all'appuntamento con l'amica del cuore. Lì decideranno insieme chi mette cosa, perchè entrambe avranno gli stessi identici accessori. In quel momento appare la borsetta in cui infilare gli accessori che non possono essere indossati, perchè li porta l'amica. La borsa è generalmente quella firmata tarocca, costata circa 40 €, che è di plastica ma almeno ha il 6 x 3 di Louis Vuitton in bella vista. Qui non si pone il problema della borsa uguale alle altre, perchè è un oggetto trendy, elegante e chenonmuoremai.
Questo vale ovviamente per le ragazzine trendy e al passo con la moda. Poi ci sono quelle rockettare, pseudo punk che hanno scoperto quanto è bello il rock grazie ad una ragazzetta frigida, bionda e sempre con il broncio, che si chiama Avril Lavigne. In quel caso rimane il tatuaggio, ma il soggetto è gothic. Gli acquisti sono: il cinturone borchiato comequellodiNirvanachecostaassai, la maglietta nera con la stampa di Avril Lavigne o dei Tokio Hotel, gli orecchini viola, gli orecchini neri, il piercing finto, una borsa nera lunga possibilmente da trascinare per terra, per la buona azione di pulizia della città.
Le ethno-chic comprano solo dall'indiano più italiano di tutti che sta in piazza Marina e che vende da vent'anni gli stessi cd, su cui il bollino SIAE è ancora bianco e rosso. Acquistano tutto ciò sia spacciato per etnico, qualsiasi cosa voglia dire. Dici che proviene dalla Tunisia e loro ci credono anche se sopra c'è scritto a caratteri cubitali Made in China.
Il genere maschile si presta poco, ma anche qui abbiamo qualche chicca.
Il fidanzato della ragazza trendy compra dallo stesso senegalese cintura, cappellino e borsello di Gucci. Il tutto dietro suggerimento della girl, perchè se non fai pendant non sei cool. I più assurdi acquistano mascherine per cellulari che devono ancora comprare o cavetti pronti ad esplodere al primo utilizzo.
Il ragazzetto punk acquista il cinturone borchiato, la maglietta del gruppo più sconosciuto punk, metal - hard - super - extra - dark - rock. Ovviamente nera. Ci abbina un chilo e mezzo di catene metalliche, pronto per girare come una ferramenta ambulante. L'acquisto è coronato dalla nuova pallina per il piercing alla modica cifra di 7 - 8 euro.
Tutti, senza alcuna distinzione di stile, razza o religione, ti diranno: ho fatto un affarone. La stessa cosa la può dire il venditore ambulante, ma lui almeno può dirlo a ragione.
Gli argomenti di discussione saranno sempre quelli. Il Ranger, sono dieci lustri consecutivi che detiene il titolo di giostra più pericoosa dell'anno. La più stupida sarà l'ottovolante, ma tutti ci avranno fatto almeno un giro, foto annessa.
Le mamme a casa avranno scoperto quanto è bello fare le casalinghe con il tritatutto, il tagliatutto, l'asciugatutto e il lavatutto con filippina incorporata.
Le bambine andranno in giro con la treccina di cotone e le collanine di plastica, mentre i maschietti con la pistola ad acqua. Entrambi prenderanno in giro il bimbetto che ha vinto alla pesca il cono di plastica con la pallina di spugna che rimbalza.
I papà gireranno con il portafogli vuoto, pronti a giurare che la prossima volta si va fuori città.
E io?
Io me la sono filata a Polignano perchè c'era una manifestazione bellissima, che ospitava decine di autori che presentavano il proprio libro negli angoli del centro storico. I miei acquisti? Rigorosamente grautiti: foto e autografo di Ascanio Celestini, che posterò appena possibile.
E anche stavolta ho fatto l'intellettuale da strapazzo!


mercoledì 1 luglio 2009

Il mio neurone è una scheggia

Il mese di giugno non poteva concludersi in modo migliore: ho superato lo scoglio di storia moderna. Ventinove/30 è la valutazione del prof.
Per celebrarlo e coronare degnamente il successo, una figuraccia non potevo farmela mancare. Ci ho riso troppo per le due ore successive, perchè è una di quelle cose che in genere fanno vedere nelle sit com, quelle situazioni che dici "Seeee! Mica ci sono sul serio figuracce del genere!". Ora sono certa che possono esistere sul serio.
Con due amiche cerco un posto sul treno. Troviamo tre posti liberi: su quattro sedili disponibili, uno è occupato da un signore di circa quarant'anni. Ci sediamo.
Passa il controllore. Biglietto qui, biglietto là, trallallerollallà. Il signore non ha il biglietto: si alza e si allontana con il controllore per tornare dopo qualche minuto al suo posto. Noi continuamo a chiacchierare come prima.
Premessa: ieri mattina il secondo binario di Barletta era occupato da circa duecento persone dirette a Lourdes. Avevano spalmato sui binari valigie, tende da campeggio, barbecue, sarcofaghi, copie del Laocoonte, sagome di Antonella Clerici, plastici di Villa Certosa con Bruno Vespa ad illustrarli. Le duecento persone naturalmente erano posizionate a venti centimetri dai binari, per tutelare il patrimonio da portare in viaggio. Passa un treno ad alta velocità, il cui capotreno stava giocando alla prova di virilità con la velocità della luce: vinceva lui. I villeggianti impassibili, sembrava non si fossero accorti del passaggio di un treno a trecento km orari, a due centimetri dalle loro facce.
Nel frattempo un ragazzo dell'esercito, in divisa (con un marcato buon senso evidentemente), lì vicino borbottava:
- Eh, ma non si spostano, sono incoscienti! Ma non lo so io! Poi ci si scandalizza quando succede qualcosa! Ma se le cercano!
Io l'ho guardato, ma non ho detto niente, anche perchè penso che gli incoscienti siano quelli che sparano i treni a tutta velocità nelle stazioni, soprattutto se non ci sono binari intermedi su cui farli correre.
Fine premessa.
Racconto l'episodio alle mie due amiche. La mia delicata e silenziosa voce da elefantessa in calore penso non abbia bisogno di presentazioni.
Io: Ragazze, stamattina ho visto una cosa allucinante! Quei PAZZI CRIMINALI delle Ferrovie dello Stato hanno lanciato un treno a tutta velocità con il secondo binario stipato di gente fino ai bordi! Era il Freccia Rossa, Freccia Argento, Luna Rossa... boh! Comunque i nuovi treni veloci.
Interviene per la prima volta il signore seduto con noi.
Signore: Luna Rossa è la barca.
La mia vena comica sarà anche scarsa, ma insomma: Luna Rossa era una battuta.
Io: Ah, già. Freccia Rossa!
Lui: Quel treno è Freccia Argento.

(Ehm... ehm... Gulp!)

Io: ... Ferrovie dello Stato per caso?
Amica: Oh mio Dio! Gli hai dato del pazzo criminale!!!
Ebbene, sì. Cioè. Non sono sicura che quell'uomo fosse delle FS, ma temo che sia proprio così. Il neurone si è svegliato solo stamattina. Dopo storia moderna l'ho lasciato dormire e come avete potuto leggere gli effetti non si sono fatti mancare!
Che dite lo vinco il Figur e' mmerd Award 2009?