mercoledì 30 aprile 2014

Bisognerebbe spiegarlo alle madri



Bisognerebbe spiegarlo alle madri che nelle aule delle Università applaudono alla proclamazione a Dottore del proprio figlio. Bisognerebbe dirlo a loro che nulla è scontato e giusto, che se quel figlio si fosse trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato quegli applausi si sarebbero tradotti in dolore e incredulità. Bisognerebbe spiegarlo alle madri che non si chiamano Patrizia Moretti.

Bisognerebbe spiegarlo alle sorelle che scelgono il fiore all’occhiello per il fratello designato quale testimone di nozze nel giorno più importante. Occorre dirlo a loro che basta un niente, un pregiudizio, per trasformare quel fiore all’occhiello in un cuscino funebre. Bisognerebbe spiegarlo alle sorelle che non si chiamano Ilaria Cucchi.

Bisognerebbe spiegarlo ai padri che diventeranno nonni e insegneranno ai nipotini a batter le manine. Si provi a spiegarlo a loro cos’è una domenica sportiva che diventa sconcerto e rabbia. Bisognerebbe spiegarlo ai padri che non si chiamano Giorgio Sandri.
 
Bisognerebbe spiegarlo alle madri che pensano sia sufficiente averli educati bene, alle sorelle che credono che non commettere errori basti, ai padri che "non è toccato a me, non mi riguarda" che sarebbe potuto capitare anche a loro, che non sono diversi, che sarebbero potuti essere i loro figli, che sono solo stati fortunati, che non è una battaglia ideologica, ma di civiltà prima di tutto.

Bisognerebbe spiegarlo alle madri che essere Patrizia Moretti è stata una fottuta coincidenza e al posto di Federico potevamo esserci noi. Spieghiamolo alle madri così, con queste parole. Al posto di Federico potevamo esserci noi e quegli applausi indegni, rivoltanti e bestiali non uccidono soltanto (ancora una volta) la sua memoria, ma quella di quanti – troppi – Federico, suo malgrado, rappresenta.

giovedì 17 gennaio 2013

Il tempo di una sigaretta

Il mio vicino di casa è un brigatista.
Ci vediamo almeno otto minuti al giorno, lui sul suo balcone io sul mio, ognuno con la propria sigaretta tra le dita, ognuno avvolto nella propria giacca, ognuno coi suoi pensieri. Da circa due mesi ci vediamo per otto minuti al giorno, quelli necessari e sufficienti per fumare una sigaretta. All’inizio ci siamo ignorati, poi ci siamo studiati di nascosto e ora ci limitiamo a un cenno col capo. Ieri però ha sollevato lo sguardo due volte e ha sorriso. Un sorriso di quelli così pieni da trasfigurare il volto del mittente in tante briciole di umanità e contagiare il destinatario in un altrettanto largo sorriso. Nel congedarsi ha detto «Ciao!» e ha agitato la mano.
La nostra è una relazione clandestina. Talmente clandestina che ignoriamo l’uno le generalità dell’altra: è una relazione costruita con due nuvole di fumo che si scontrano nell’aria, un legame che sa di posacenere e si salda quotidianamente nella comune dipendenza.
Oggi mi ha rivolto la parola.
«Sorridi sempre agli sconosciuti che ti osservano da un balcone?».
«No, certo. Ma lei non è uno sconosciuto».
Gli dò del lei. D’altronde avrà circa settant’anni.
«Il tempo di una sigaretta ti basta per valutare le persone?».
«A dire il vero no, ma correrò il rischio».
Sorride.
«In questa casa le abbiamo assegnato un soprannome».
«Ah sì? E quale?».
«Il Brigatista».
Resta con la sigaretta a mezz’aria, incerto se prendermi sul serio, con uno strano ghigno sul volto.
«Fantasioso, non trovi?».
«Abbastanza, ma converrà con me che ne ha l’aria».
«Ho dei brigatisti l’idea di persone orribili. Ho l’aria di una persona orribile?».
Sembra sinceramente preoccupato.
«A dire il vero no».
«Sono un ex impiegato delle Poste. Sono in pensione da otto anni».
«Ciò non toglie che lei possa essere una persona orribile».
«Dunque credi che io sia una persona orribile?».
«Il fatto che io non lo creda non significa che lei non lo sia».
Sorride ancora una volta. Le sigarette sono al filtro.
«Ti aspetto domani, allora».
«Sarà un piacere fumare nuovamente con lei».
Sorrido anch’io ed entrambi chiudiamo le rispettive finestre.
Il mio vicino di casa ha l’aria del brigatista.

Otto Dix
Ritratto della giornalista Sylvia von Harden
olio e tempera su tavola

giovedì 8 novembre 2012

Il mio vicino di casa è uno scrittore

Il mio vicino di casa è uno scrittore.
A dire il vero non è il mio vicino di casa, perché abita nel palazzo di fronte al mio. E a essere del tutto onesti non sono neanche sicura che sia uno scrittore. Le mie coinquiline lo chiamano "il brigatista" e, in effetti, un po' ricorda i personaggi dei film ambientati negli anni di piombo, ma io preferisco pensare che sia uno scrittore.
L'ho notato in una calda mattina di ottobre: stavo fumando sul mio balcone e lui faceva lo stesso. Io in pigiama, lui anche. Ho capito che doveva essere uno scrittore perché indossava una giacca e la giacca doveva avere le toppe sulle maniche. Non si è girato, non ho visto le toppe, ma nella mia mente ho completato la giacca in questo modo. 
La giacca mi ha detto che è uno scrittore. Insomma, chi indossa una giacca di velluto sul pigiama! Be', io lo faccio. Oggi ho fumato con indosso il cappotto, il pigiama era troppo leggero. Ma quel giorno faceva piuttosto caldo. Non c'era bisogno di indossare una giacca. A meno che non fosse uno scrittore. 
Di lui spesso si vedono solo le gambe: oggi è steso sul suo letto con le finestre aperte. Può darsi che stia schiacciando un pisolino, ma sono fermamente convinta del fatto che abbia un pc (immaginare che usi una macchina da scrivere significherebbe volare con la fantasia, suvvia!) e che stia scrivendo il suo romanzo.
Non vive da solo. Ha una moglie (una compagna?). Neanche lei ha l'aria ordinaria, solo non mi incuriosisce. Pittrice? Fotografa? Attrice? Poco importa. Paradossalmente sono più incuriosita dal romanzo che sta scrivendo lui in questo momento, steso sul suo letto, con le ginocchia sollevate e i piedi chiusi in un paio di calzini blu, che scostano infastiditi un plaid in lana sintetica a fantasia scozzese blu elettrico e rosso. Chi è il protagonista, cosa gli è accaduto, a che punto del romanzo ha preteso di essere padrone delle proprie azioni ed essere lui a guidare chi l'ha creato. Sono risposte essenziali per capire chi è il mio vicino. 
Un giorno o l'altro gli farò un cenno. O magari no.
Potrei rimanere molto delusa se dovessi scoprire che in realtà è solo un ex impiegato in pensione.

Ph. animadicarta

venerdì 29 giugno 2012

Novantaquattresimo minuto

Novanta minuti sono lunghi.
Anche due anni se ci pensate, ma novanta minuti sanno essere lunghissimi.
Si entra in campo col cuore in gola e, forse, già sudaticci per l'eccitazione.
Come quando, poco prima di ogni esame, cerchi di ripetere come una silenziosa preghiera qual capitolo che sai così bene. Ma non servirà a nulla, perchè quella domanda non te la faranno e Kroos sarà sulla fascia destra.
I primi minuti sono quelli più freschi, difesa e attacco, fiato e presenza in campo. L'università è uguale: studi e porti a casa il risultato. Il nostro portiere para il primo attacco avversario ed io sono stata congedata dalla commissione d'esame con un trenta e lode, soffiando il nervosismo proprio come fa Gigi.
Gli esami però sono ancora dodici, è passato solo qualche minuto dal fischio di inizio e bisogna giocarne più di ottanta. Si gioca, si continua a giocare con il cervello e con il cuore, ma non avrei scommesso dieci lire bucate su un campionato così, perchè quando ti strappano via il cuore a metà partita è sempre un casino ritrovare lo schema giusto.
Ma io... io avevo la mia bussola e non ho mai navigato a vista.
Tornando al match, il cervello c'è: la Germania ci prova e ci riprova ad entrare, ma non gli riesce. Mario fa due goal importanti e la differenza la fanno i compagni di squadra. Anch'io ho ottenuto i due risultati più importanti grazie alla mia squadra e al Coach. Quel Coach.
Si va in vacanza con soddisfazione e consapevolezza: un po' come quando i giocatori vanno alle panchine e sono soddisfatti di quel che hanno dato e sentono la responsabilità degli ultimi quarantacinque minuti, i più lunghi per il risultato da difendere e per la stanchezza. Invece si rientra carichi, determinati a difendere i goal e, anzi, a cercarne altri. Peccato per quel fuorigioco di Balzaretti, ma va bene. Va bene anche tornare a casa con 29, ma il 9 sul mio libretto non è mai mancato.
A marzo ho deciso che ci sarei riuscita, che ies ai chen: farò di tutto per laurearmi a luglio!
Solo che attaccare e difendere insieme è un casino: la stanchezza comincia a farsi sentire, la bussola si sta smagnetizzando e va sistemata, la concentrazione cala e...
BAM! Calcio di rigore per la Germania e si va sul 2-1, ma va bene perchè è quasi finita. Il tifo si sente, il calore intorno anche.
Fischia francese di merda, fischia. Sono gli otto secondi più lunghi per gli Azzurri.
Proprio come l'ultimo esame. Fischia Mariolina, fischia.
"E' finita, è finita, è finita!"
Si va a Kiev.
Si va a Bari.
Scusate, ma io mi sento un po' SuperMario.

Io, oggi.

martedì 5 giugno 2012

Rigurgiti/1


Atteggiarsi a personaggio scomodo va di moda. Perchè si ha un'ottima scusa per imporre la propria strumentale versione dei fatti e far passare il messaggio che tutto quello che gli altri dicono o fanno è una sporca menzogna. 



sabato 12 maggio 2012

Origene, Ambrogio e studenti universitari pigri

L'altra sera ho avuto il piacere di ascoltare per la prima volta la Prof.ssa Adele Monaci a Foggia. Per chi non lo sapesse, Adele Monaci insegna Storia del Cristianesimo a Torino, ma è nota soprattutto per essere, insieme a Manlio Simonetti, una delle più grandi studiose di Origene e dell'Origenismo. Chi volesse avvicinare il pensiero di Origene passerà imprescindibilmente dal Dizionario da ella curato, tassello fondamentale per qualunque bibliografia essenziale che si rispetti sull'argomento.
Non potevo mancare un appuntamento così importante, perchè la mia tesi di laurea triennale e quella specialistica hanno come oggetto di studio due manoscritti contenenti l'opera omiletica del grande esegeta alessandrino, il cui pensiero ha modellato l'insegnamento della dottrina cristiana in ambiente ellenistico per tutti i secoli successivi, nonostante la damnatio memoriae sancita formalmente da Costantino nel 553.
La studiosa è intervenuta con una relazione dal titolo "Origene maestro spirituale" tirando in ballo non solo l'opera dell'esegeta, ma anche i rapporti che intrattenne con i personaggi più o meno noti che ruotarono intorno alla scuola e, più specificatamente, alla sua persona.
Tra questi era Ambrogio, un pagano convertitosi prima allo gnosticismo e poi "convinto della verità proclamata da Origene" (cit. Eus. H. E.); dotato di grandi ricchezze, fornì al maestro ogni risorsa perchè questi potesse continuare serenamente la sua opera. In altre parole ne foraggiò l'insegnamento e incoraggiò Origene a mettere per iscritto le sue parole fornendogli tutto il necessario: tachigrafi, copisti, calligrafe, risorse materiali per poter affrontare i suoi viaggi. Questo è quanto narra Eusebio di Cesarea nel libro VI della Storia Ecclesiastica. 
Adele Monaci nel 2001 ha però osservato che probabilmente Ambrogio non si è limitato a fornire i mezzi necessari all'adempimento dell'attività intellettuale di Origene, ma ne avrebbe sollecitato lo svolgimento e rimproverato gli esiti, smontando l'ideale dell'intellettuale indipendente e sollevando il sospetto che nell'attività di questi, il patronato avesse voce in capitolo in un rapporto dialettico fatto di confronto tra docente e discente, ma anche di asperità di giudizio e pretese.
Ho naturalmente citato questo saggio nella mia tesi, convinta del fatto che i rapporti tra Ambrosio ed Origene non possano essere stati poi così distesi per molte ragioni. Ambrosio era una persona colta oltre che benestante e si avvicina ad Origene in età adulta (pare fosse già sposato). Una persona così istruita, per quanto affascinata dalla levatura morale ed intellettuale del maestro, difficilmente avrebbe accettato supinamente quanto prodotto con il proprio denaro. Ho pensato al processo di produzione di un film, per semplificare al massimo il concetto. D'altro canto Origene lamenta, nelle sue lettere agli amici di Alessandria, che i suoi scritti siano stati manipolati contro di lui: tradisce l'insoddisfazione per aver cominciato a scrivere le sue opere dietro consiglio di Ambrogio, come dice Eusebio? E fino a che punto le intromissioni di Ambrogio sono state determinanti per la produzione? In che misura hanno pesato? Sono domande a cui parzialmente cerca di dare risposta Adele Monaci in Origeniana Octava, ma che da parte mia, in un momento particolare, hanno portato ad una riflessione ulteriore.
Ieri parlavo con un mio amico, di studenti universitari poco attenti alle possibilità didattico-seminariali offerte dall'Università e non. Si commentavano anche certi studenti che "la tesi? col relatore più easy e meno pignolo". Ed ho ripensato all'indipendenza di Origene e ai suoi rapporti col patronato. Sarebbe impensabile per me affrontare una tesi di laurea senza l'intervento, anche aspro, da parte del mio relatore. Non pretendo che la mia tesi sia un capolavoro di ricerca scientifica, ma vorrei tornare a leggerla con soddisfazione e uno scatto d'orgoglio. Per questo sono disposta a mettere in discussione anche i progetti per il futuro. Non vorrei mai un relatore che si accontenti, perchè io per prima non mi accontenterei mai. Per questo non capisco la teoria del relatore-easy. E tornando ad Origene, non deve essere stato affatto semplice soddisfare le esigenti richieste di Ambrogio sui tempi di creazione e qualità delle opere, ma comprendo perchè non se ne sia allontanato. Quando la dialettica, lo scambio vicendevole, il confronto più o meno duro, diventano terreno fertile su cui è possibile produrre qualcosa di buono, non importa quanto tempo, sacrifici e risorse ci vogliano. L'importante è che quel qualcosa sia davvero buono.
Scusate, ma... in bocca a lupo a me.

da G.I.R.O.T.A.

giovedì 8 marzo 2012

Incontri, scontri e scontrati


Io rifletto a caso, su cose a caso, in posti a caso. Ieri riflettevo per strada tornando a casa dalla stazione, ad esempio.
Riflettevo amaramente sull'incapacità di elargire un sorriso o scambiare due chiacchiere con un estraneo. E' triste, ma piuttosto comune.
Ieri, sul treno, mi sono accomodata sulle poltroncine vis à vis a quattro posti: erano occupati da due donne, io ero la terza. Poco dopo si è accomodato un signore che gentilmente, con fare anche troppo affettato, ha chiesto di poter sedere con noi e gli è stato gentilmente risposto di sì.
Il signore, sulla quarantina (forse un po' di più), non particolarmente distinto, non particolarmente bello, non particolarmente tutto, un signore insomma, ha attaccato bottone perchè voleva chiacchierare.
Il signore voleva chiacchierare.
Io ho tirato fuori gli auricolari ed ho indossato gli occhiali da sole. Perchè sarò anche gentile e simpatica, ma so essere una gran sgrugna pure io, garantito.
Insomma... le due donne tra loro parlavano del tempo e lui si intrometteva. Non con fare arrogante o invadente, ma l'effetto era quello di una terza voce che si inserisce in un duetto affiatato e rodato.
L'uomo ha chiesto dove le due fossero solite andare a divertirsi la sera, le due donne hanno glissato.
Doveva essersi trasferito da poco, perchè ha chiesto se fosse vero ciò che si diceva in giro sul divertimento serale, se fosse vero che il mercoledì sera c'è tanta gente in giro, se era vero che il viale si riempie di gente. La più giovane ha risposto che era vero e valeva per tutti i giorni, non solo per il mercoledì. Poi sono tornate ai loro discorsi. In cui puntualmente il signore trovava il modo di entrare, con le facce basite delle due, che un po' per gentilezza, un po' per educazione non l'hanno messo al suo posto. Io, come ho già detto, sono una gran sgrugna quando voglio, per cui a quel punto era come se non fossi presente.
Questo per dire. Siamo tutti amici su Facebook, condividiamo, ci piace interagire e seguire le persone, ma poi se qualcuno vuole interagire con noi nella vita di tutti i giorni ci stranisce, ci infastidisce, ci chiudiamo a riccio.
Il signore ha tirato fuori un biglietto da visita dicendo “Questo è il mio numero...” e lo ha consegnato alla mia vicina di posto, la quale pur con una certa riluttanza, lo ha preso.
Ieri ho capito perchè spesso ci chiudiamo a riccio e non diamo mai troppa confidenza. Non è colpa di Facebook o di Twitter.
L'ho capito quando ho sbirciato sul bigliettino avorio.
La scritta nera recitava: Accompagnatore.

Richard Gere, American Gigolo